A ormai quattro anni di distanza dalla sua ultima fatica cinematografica, Freaks Out, Gabriele Mainetti torna in sala con La città proibita per raccontare una Roma divisa tra multiculturalismo e kung fu. In quest’opera, infatti, il regista prende a piene mani da una miriade di ispirazioni diverse per confezionare una storia postmoderna che si pone in netta continuità con le sue due precedenti opere.
Le vicende narrate ruotano attorno a Mei e Marcello: la prima giunge a Roma dalla Cina per cercare la sorella scomparsa, il secondo è un giovane cuoco apparentemente senza prospettive in un ristorante a conduzione familiare. Il – non tanto – fortuito incontro tra i due li spinge verso un vortice fatto di criminalità – romana e cinese – cucina, amore e multiculturalismo; tutto tenuto unito dal kung fu e dalle botte da orbi che fanno da collante alla storia raccontata.
In La città proibita Mainetti prosegue e persegue l’idea poetica che ha caratterizzato le sue precedenti pellicole: operando una sintesi post-moderna unisce elementi tra loro distanti anni luce per digerire tematiche e generi distanti dal pubblico italiano in modo da proporre il tutto in una maniera che sia in grado di attirare e divertire gli spettatori. Si parte dunque da Hong Kong, da Bruce Lee e dai film di kung fu che hanno fatto scuola a intere generazioni di cineasti e cinefili, si passa ai loro eredi statunitensi con citazioni, più o meno velate, a Carpenter e Tarantino, e si finisce alla commedia italiana che trasporta tutto in un ambiente familiare. La Roma disegnata sullo sfondo di La città proibita, infatti, è bivalente: da una parte è quella della malavita, degli immigrati, degli sfruttati e della violenza; dall’altra è quella del centro storico (con una scena che è un richiamo diretto al giro in vespa di Vacanze romane) e delle bellezze cittadine.
Se, in un certo senso, le diversità e l’eterogeneità descritta finora trovano un loro equilibrio nella resa visiva del film – il tutto aiutato dalla abilità tecnica nella regia di Mainetti, in grado di girare delle ottime sequenze action e di combattimento – questo non si può dire per ciò che concerne la scrittura e l’andamento del racconto. L’incipit è davvero troppo debole, la caratterizzazione, ai limiti della sufficienza, è in larghi tratti troppo confusionaria e gli snodi di trama sembrano aver poco peso sui personaggi: si ha la sensazione che questi ultimi compiano le loro azioni solo perché scritte nella sceneggiatura piuttosto che per una vera e propria coerenza narrativa. Come è stato per le opere precedenti, Mainetti riesce a creare uno sfondo intrigante ma che manca di mordente, una bella suggestione che mostra tutte le sue criticità non appena ci si ferma a guardarla con attenzione. Al netto di ciò, il film resta apprezzabile poiché è comunque in grado di intrattenere e divertire: un divertimento immediato che nasce e si esaurisce in sala.
Il cast, composto da attori quali Enrico Borrello, Marco Giallini, Sabrina Ferilli, Luca Zingaretti e l’esordiente Yaxi Liu, nonostante sia in grado di offrire prove generalmente sufficienti non brilla e non vede nessuno in grado di svettare sugli altri – fatta eccezione per la bravura e la tecnica con cui l’attrice cinese è in grado di affrontare la sfida delle scene dei combattimenti.
La città proibita è un film interessante che permette a Mainetti di portare avanti, con i suoi pregi e i suoi tanti difetti, la sua poetica. Una poetica, a mio avviso, in grado generare un intrattenimento e un divertimento che nasce e, purtroppo, si esaurisce nel tempo della visione in sala.
Sebastian Angieri