La rivolta degli studenti serbi: un grido contro la corruzione

La rivolta degli studenti serbi: un grido contro la corruzione

Ieri il parlamento serbo ha accolto le dimissioni del premier Milos Vucevic e dell’intero governo. Ci sono voluti quasi due mesi da quando, il 28 gennaio scorso il primo ministro aveva presentato le sue dimissioni alla camera in seguito ai gravi incidenti avvenuti a Novi Sad a margine delle proteste del movimento degli studenti. L’esecutivo, che si era insediato il 2 maggio scorso, è rimasto in carica per la cura degli affari correnti, ma da ieri è scattato un periodo di 30 giorni entro il quale c’è la possibilità di nominare un nuovo governo con l’attuale maggioranza. Scaduto questo termine, si dovranno indire nuove elezioni, che potrebbero tenersi verosimilmente a inizio giugno.

La volontà della maggioranza, tuttavia, è quella di cercare di costituire un nuovo governo che faccia superare al Paese la crisi di legittimità politica resa palese dalle proteste degli studenti. Vucevic non è riuscito in alcun modo a soddisfare le richieste delle piazze che, al contrario, lo accusano di censura e violenze e chiedono la nomina di un esecutivo transitorio che traghetti la Serbia al voto anticipato.

Il colpo di grazia al premier dimissionario è stato dato dalle manifestazioni del 15 marzo, data in cui si è registrata una delle proteste più significative degli ultimi vent’anni in Serbia. Centinaia di migliaia di persone hanno invaso le strade di Belgrado e di altre città, dando vita a proteste che evidenziano tensioni storiche, divisioni interne e il crescente ruolo dei social media nella diffusione dell’informazione.

La memoria di Zoran Djindjic, il riformista assassinato 22 anni fa, continua a essere un faro per chi aspira a un cambiamento profondo nel sistema politico serbo. Mentre il 5 ottobre viene ricordato per le proteste che contribuirono a porre fine al regime di Slobodan Milošević, il 15 marzo si configura come un’ulteriore data simbolica del dissenso popolare.

 

Dinamiche e numeri contraddittori

La protesta del 15 marzo non è stata soltanto un’azione politica, ma un susseguirsi di episodi che hanno segnato l’anima della nazione. Fin dalle prime ore del mattino, cittadini, studenti, lavoratori e anziani si sono radunati in diverse zone di Belgrado, creando un’atmosfera di attesa e voglia di protagonismo.

Nel corso della giornata, la mobilitazione ha assunto dimensioni inedite: i manifestanti hanno percorso a piedi le vie della città, organizzandosi grazie ad aggiornamenti in tempo reale diffusi sui social media. Punti di ritrovo come Trg Slavija, insieme ad altre piazze e vie del centro, sono diventati epicentri di un’azione collettiva che ha visto il coinvolgimento di persone da ogni angolo della Paese.

studenti serbi 15 marzo
@CRTArs

Su Trg Slavija il coro Blockade ha aperto il concerto con l’inno «Giustizia di Dio» e lo ha concluso con «Vostani Serbia». Durante l’esecuzione di quest’ultimo, i cittadini hanno acceso le luci dei cellulari, illuminando il percorso di Slavija e le strade che confluiscono in quella piazza, per poi cantare «Pump it, pump it», accompagnati da fuochi d’artificio.

studenti serbi protesta

Le cifre ufficiali del Ministero degli Interni indicano circa 107.000 partecipanti a Belgrado, mentre altre stime, come quelle dell’Archivio degli incontri pubblici, arrivano a contare tra 275.000 e 325.000 persone; alcuni osservatori e video amatoriali suggeriscono addirittura un afflusso che raggiunge gli 800.000 manifestanti. Durante i 15 minuti di silenzio in memoria delle vittime di Novi Sad, alle 19:11 un suono inspiegabile – descritto da alcuni come il ruggito di un aereo a bassa quota e da altri come un sibilo simile a quello di un missile – ha scosso l’assemblea, scatenando panico e una corsa verso i marciapiedi. Quel suono, catturato in video e diffuso sui social, è diventato simbolo di ribellione contro ogni forma di coercizione.

Al centro della controversia tecnica c’è il cannone sonoro LRAD (Long-Range Acoustic Device), sospettato di essere stato utilizzato per disperdere la folla. Fin dal 2022 il dispositivo era oggetto di polemiche: il governo aveva proposto la sua introduzione per la gestione dell’ordine pubblico, ma le proteste e le pressioni dell’opinione pubblica avevano portato al ritiro del progetto di legge. Nonostante le ripetute smentite ufficiali, registrazioni e testimonianze raccolte durante la giornata alimentano il sospetto di un suo impiego illecito, spingendo il protettore dei cittadini, Zoran Pašalić, ad avviare un procedimento per fare chiarezza sull’uso di questo strumento coercitivo.

 

Il Coordinamento Digitale: social media in azione

In sette giorni, in Serbia si sono registrate 410 proteste in diverse città. L’insoddisfazione popolare è stata alimentata dall’azione del governo, dalla mancanza di trasparenza e dalla repressione dei diritti civili. I social media hanno giocato un ruolo fondamentale, permettendo la diffusione di informazioni che hanno superato la censura del servizio pubblico di radiodiffusione RTS.

L’azione degli studenti è scaturita dalla delusione per la copertura inadeguata e distorta delle proteste prolungate negli ultimi mesi. La sera del 9 marzo, durante una conversazione con il presidente Vučić, un giornalista del servizio pubblico aveva definito i partecipanti una «folla». Tale commento, percepito come un affronto, ha scatenato una reazione immediata. Gli studenti si sono diretti verso l’edificio della RTS, bloccandone gli ingressi e impedendo l’accesso ai dipendenti finché non fossero state soddisfatte le loro richieste di trasparenza e una copertura giornalistica veritiera. Tra fischi, suoni di vuvuzela e cori di protesta – con slogan come «Vogliamo Dnevnik» e «Pumpaj» – la manifestazione ha trasformato il palcoscenico urbano in una scena di rivendicazione mediatica.

@CRTArs

Il blocco, durato 22 ore, ha visto i manifestanti puntare le luci dei loro telefoni verso la sede dell’emittente, «illuminandola» simbolicamente contro il suo presunto oscurantismo. Prima dell’inizio dell’azione, un gruppo eterogeneo composto da studenti delle scuole superiori, insegnanti e professori, già protagonista di manifestazioni davanti al Ministero delle Finanze per il mancato pagamento degli stipendi, si è radunato davanti agli edifici. Al termine del blocco, alcuni studenti hanno ripulito il pianoro davanti all’edificio, a dimostrazione della volontà di ristabilire un ordine temporaneo pur mantenendo alta l’attenzione sul tema della trasparenza e dell’informazione libera.

Non rimanendo confinati a Belgrado, gli studenti delle facoltà di Novi Sad hanno replicato l’azione davanti all’edificio della Radiotelevisione della Vojvodina (RTV), bloccando tutti e sei gli ingressi e montando tende per far fronte alle intemperie. Sul muro dell’edificio erano visibili messaggi forti e critici – come «Hanno le mani insanguinate», «Chi sorvegliate» e «Gli studenti non riescono a calmarsi» – a sottolineare il risentimento verso una copertura mediatica che, secondo i manifestanti, non rifletteva la realtà delle proteste.

In questo contesto, i social network hanno permesso una comunicazione rapida e organizzata, coordinando gli spostamenti di una massa in costante crescita e offrendo una piattaforma di denuncia contro l’uso sospetto di dispositivi coercitivi e la presenza eccessiva delle forze dell’ordine.

 

Un’odissea verso la capitale

Il 14 marzo 2025, un giorno prima della storica protesta, le strade serbe si sono trasformate in un fiume umano diretto verso Belgrado. Il cammino non è stato soltanto un tragitto fisico, ma un percorso carico di emozioni, sacrifici e determinazione, che ha visto la partecipazione di studenti, insegnanti, professori e cittadini provenienti da ogni angolo del Paese, anche da città lontane come Niš, a quasi 241 km di distanza.

La capitale si è trasformata in un enorme punto d’incontro: colonne di studenti, alunni e professori, provenienti da Novi Sad, Subotica, Smederevo, Kragujevac, Čačak, Niš e altre città, hanno invaso le strade. Il traffico lungo la via da Trg Republike a Kolarceva e fino al Parco Pionirski è stato sospeso per permettere un caloroso benvenuto alla folla in arrivo. Le strade si sono animate con cori, applausi e manifesti, mentre le auto ferme testimoniavano l’impegno e l’organizzazione del movimento.

Tra i momenti più toccanti, l’accoglienza di Dijana Hrka, madre di Stefan, tragicamente deceduto nella caduta del tetto a Novi Sad, che ha fuso dolore e speranza, dando un volto umano alla protesta. Per chi arrivava da città lontane, l’organizzazione è stata fondamentale: dormitori improvvisati presso scuole e università hanno offerto riparo a chi, stanco dopo un’intera giornata di marcia, cercava di ricaricare le energie. Il percorso si è concluso in un grande spettacolo pirotecnico a Trg Republike, simbolo di un futuro che nessuno intende fermare.

 

Vučić contro gli studenti

Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha adottato una serie di misure e dichiarazioni per frenare il crescente movimento studentesco e popolare. Nei giorni precedenti la protesta ha minacciato violenze imminenti e annunciato arresti per ogni disordine, affermando: «Non accetto ricatti, non accetto pressioni, sono il presidente della Serbia e non permetterò alla strada di stabilire le regole».

Questa retorica, insieme all’accusa secondo cui forze occidentali sarebbero dietro le proteste per spodestarlo, ha creato un clima di sfiducia e allarme, delegittimando il dissenso e dipingendolo come opera di élite nemiche del popolo. Per ostacolare la mobilitazione, le autorità hanno cancellato tutti i trasporti il 15 marzo – con treni e autobus annullati per impedire agli studenti di raggiungere la capitale – costringendo i cittadini a cercare mezzi alternativi, grazie al supporto dei social network.

Durante le prime ore del blocco dell’edificio della RTS si sono verificati scontri tra forze dell’ordine e studenti, con un episodio controverso che ha visto il ferimento di un poliziotto all’occhio. Fonti alternative, supportate dai video circolati sui social, suggeriscono che alcuni agenti in tenuta antisommossa o in borghese abbiano reagito in maniera eccessiva in un contesto caotico, alimentando una narrazione in cui la responsabilità degli scontri non risulta chiara.

Nel contesto della mobilitazione è emerso anche il gruppo «Studenti 2.0», radunatosi nel Parco Pionirski per opporsi al blocco voluto dal governo, sostenendo il diritto allo studio senza ostacoli. Sul social network X è apparso il termine «Ćaciland», usato in tono ironico per deridere alcuni partecipanti, etichettandoli come «falsi studenti».

Nonostante le misure repressive e la retorica della paura, la protesta del 15 marzo ha dimostrato che il controllo di Vučić sul Paese è in rapido declino. Mentre il presidente tenta di dipingere gli studenti come una massa violenta e incontrollabile, la realtà in strada – fatta di organizzazione, unità e determinazione pacifica – testimonia un movimento che va oltre uno scatto da centometristi: è una maratona per il futuro della Serbia.

La rivolta degli studenti serbi non rappresenta soltanto una protesta contro la corruzione e l’oscurantismo mediatico, ma una dichiarazione di intenti di una generazione che non si piega di fronte all’ingiustizia e alla repressione. La sfida ora è comprendere fino a che punto il governo sarà disposto a spingersi nella repressione e se questa mobilitazione popolare potrà tradursi in un cambiamento duraturo per l’intera nazione.

 

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