Molti Paesi sudamericani, in particolare Argentina e Brasile, sono tristemente noti per l’elevato numero di incidenti gravi legati al calcio. I motivi sono molteplici: la popolarità smisurata di questo sport, la forte rivalità tra le tifoserie organizzate locali (torçidas in Brasile e barras bravas in Argentina), l’affiliazione tra gruppi ultras e criminalità organizzata, un assetto legislativo che spesso non punisce con fermezza i reati commessi dai tifosi e la mancanza di coordinamento tra club e autorità.
Poche settimane fa, nel febbraio 2025, la città di Recife è stata epicentro dell’ennesimo episodio di violenza e brutalità inaudita che, tra l’incredulità delle istituzioni e della popolazione, fortunatamente non ha fatto registrare nessun decesso. Prima del derby tra lo Sport e il Santa Cruz, le frange più violente delle due tifoserie hanno messo a ferro e fuoco i quartieri adiacenti lo stadio, molte persone sono state ferite (alcune in modo grave) e un tifoso è stato molestato sessualmente con una barra di ferro mentre era a terra già privo di sensi. Le autorità locali hanno avviato indagini per identificare i responsabili, evidenziando la necessità di interventi più efficaci per prevenire tali incidenti in futuro. Ma questo è solo l’ennesimo episodio di una lunga serie che al momento non sembra volgere al termine e che rischia di allontanare sempre di più le persone dagli stadi. Solo nel 2023, secondo il primo rapporto dell’Osservatorio sulla violenza calcistica, in Brasile si sono registrati 30 morti. Un dato raccapricciante, ma che non stupisce gli addetti ai lavori.
In Argentina la situazione non è più rosea. Emblematico il trasferimento, qualche anno fa, della finale di Copa Libertadores – un match epocale tra Boca Juniors e River Plate – a Madrid, a causa di incidenti talmente gravi da costringere la CONMEBOL (Confederazione Sudamericana di Calcio) a un clamoroso esilio del più importante evento calcistico del continente. I tifosi del River avevano attaccato il pullman degli avversari, ferendo alcuni giocatori, tra cui il capitano Pablo Pérez. Gli scontri tra ultras e polizia sono proseguiti anche fuori dallo stadio, con l’uso di gas lacrimogeni su diversi giocatori del Boca.
L’inefficacia della repressione in Sudamerica
In Sud America il calcio è visceralmente intrecciato a questioni identitarie. A differenza del continente europeo, dove il problema, seppur ancora presente, è frammentato e in parte contenuto grazie a normative severe, in Brasile e Argentina la violenza calcistica è un fenomeno ben più radicato, esteso e complesso, conseguenza di tensioni sociali, politiche ed economiche. Gli scontri tra tifosi molto spesso travalicano l’ambito sportivo. Per alcuni componenti delle tifoserie più radicali che hanno legami con narcotraffico e milizie locali, il calcio è un mezzo per consolidare il controllo del territorio. In Paesi segnati da instabilità economica e traumi politici, le tifoserie si trasformano in un baluardo identitario da difendere. In molti casi costituiscono vere e proprie organizzazioni paramilitari, capaci di controllare interi quartieri e di stabilire rapporti con la criminalità, che approfitta del tifo per imporre logiche di potere. Non sorprende, dunque, che diversi episodi di sangue siano collegati a interessi ben più ampi rispetto alla semplice rivalità di campo.
Le federazioni calcistiche sudamericane, sostenute dalle autorità locali, hanno tentato diverse strade per domare la violenza: dalle liste nere di tifosi violenti in Argentina, che teoricamente dovrebbero impedirne l’accesso agli stadi, agli accordi tra club e polizia in Brasile per incrementare i controlli. In molti casi si è fatto ricorso alle “porte chiuse”, con stadi vuoti o riduzione drastica degli spettatori nei match più a rischio, soluzione che mortifica però lo spettacolo sportivo e colpisce i tifosi pacifici (in maggioranza). La mancanza di risorse e di continuità legislativa, unita alla corruzione diffusa in alcune aree, rende molto difficile l’applicazione concreta di queste misure, che spesso rimangono sulla carta o sono sospese dopo qualche tempo a causa di pressioni esterne.
La legislazione europea
Il periodo più critico per la violenza negli stadi europei si colloca tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, quando il fenomeno degli hooligans dall’Inghilterra iniziò a diffondersi anche in altri Paesi, tra cui Italia, Olanda, Germania. A quel tempo, la violenza calcistica era fortemente legata a ideologie politiche estremiste e a gruppi di estrema destra o sinistra che trovavano nel tifo organizzato una forma di espressione e scontro. Tuttavia, a partire dagli anni Novanta, l’internazionalizzazione del calcio e l’aumento dei ricavi hanno trasformato la cultura ultras: il conflitto si è spostato sempre più su una contrapposizione tra tifoserie e istituzioni, oltre che tra tifosi rivali e con ideologie differenti.
Sebbene il Consiglio europeo abbia emanato una prima convenzione già nel 1985 nel tentativo di avviare una cooperazione internazionale per frenare la violenza nel calcio, i vari Paesi hanno recepito le direttive in maniera disomogenea. In Italia, gli interventi legislativi sono iniziati in modo organico sul finire degli anni Ottanta, con la Legge 13 dicembre 1989, n. 401, che ha introdotto per la prima volta il Daspo, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive per chi è stato trovato in possesso di armi o con precedenti specifici.
La normativa europea in materia di prevenzione e contrasto alla violenza negli stadi si è rafforzata in modo significativo a partire dal 2002, imponendo l’istituzione in ogni Stato membro di un Punto Nazionale d’Informazione sul Calcio (NFIP) per favorire lo scambio di dati sui tifosi ritenuti a rischio e l’elaborazione di strategie coordinate in occasione di partite internazionali.
Torna a crescere la violenza anche in Europa
Negli anni duemila, le misure di sicurezza sono diventate più sofisticate: l’uso di telecamere negli stadi, l’introduzione degli steward, dei biglietti nominali e l’intensificazione dei controlli di polizia hanno ridotto il numero di incidenti. Ma dalla riapertura degli stadi post-pandemia la violenza è tornata a crescere in Italia e nel resto d’Europa.
Secondo l’ultimo rapporto disponibile dell’Osservatorio Nazionale sulle Manifestazioni Sportive (ONMS), nella stagione calcistica 2022-2023 in Italia sono aumentati gli incontri con feriti, i feriti tra i civili, ma soprattutto i feriti tra le forze dell’ordine (raddoppiati rispetto al 2021-2022 e saliti del 30% rispetto all’ultima stagione pre-pandemia). Sono stati registrati 155 episodi di scontro tra tifoserie, con un incremento del 37% rispetto all’anno precedente ed emessi 3.748 Daspo, più del doppio rispetto al 2021-2022. La violenza non è più confinata negli stadi: sempre più spesso gli scontri avvengono lungo i percorsi delle tifoserie, in città o lungo le vie di trasporto. Il 60% degli episodi si è verificato nei centri urbani e nelle aree limitrofe agli impianti sportivi, il 32% è avvenuto all’interno degli stadi e il restante 8% si è verificato lungo autostrade e stazioni ferroviarie, spesso con episodi di estrema pericolosità. L’8 gennaio 2023, i tifosi di Napoli e Roma si sono affrontati in un’area di servizio lungo l’autostrada A1, costringendo le autorità a chiudere la rete viaria in entrambi i sensi di marcia. Qualche settimana prima, il 27 novembre 2022, i tifosi della Cavese avevano bloccato l’autostrada A2 per tendere un agguato ai supporter del Benevento.
In Francia e in Gran Bretagna la situazione non è migliore. Oltralpe, gli ultimi dati disponibili fanno riferimento al 2022 e mostrano un aumento degli arresti a seguito di incidenti nelle partite di Ligue 1, mentre Oltremanica è salito sia il numero di arrestati (2584 nell’ultimo anno, contro i 2264 del 2023 e i 1381 del 2019) che il numero di new banning (825 nel 2024, mentre nel 2023 erano stati 625 e 549 nel 2019). Tra gli episodi che più hanno fatto discutere in Francia, nell’ottobre 2023, quello del pullman del Lione che è stato attaccato dai tifosi del Marsiglia, che hanno ferito al volto l’allenatore italiano Fabio Grosso. Pochi giorni fa, nel febbraio 2025, durante l’intervallo di una partita del campionato Under 20 tra Dammarie-les-Lys e Meaux, un gruppo di tifosi armati ha fatto irruzione nello spogliatoio della squadra ospite. Alcuni giocatori, in preda al panico, sono fuggiti tuffandosi nella Senna, mentre un giovane è stato accoltellato e ricoverato in gravi condizioni all’ospedale Pitié-Salpêtrière di Parigi. In Spagna, a settembre 2024, durante il derby contro il Real Madrid, alcuni tifosi dell’Atlético hanno lanciato oggetti, tra cui accendini e bottiglie, verso il portiere Thibaut Courtois, costringendo l’arbitro a sospendere la partita per circa 15 minuti. A seguito dell’accaduto la Liga ha presentato una mozione ufficiale al dipartimento di Stato spagnolo, chiedendo lo scioglimento del gruppo ultras dell’Atletico Madrid “Frente Atlético”, ritenuto già responsabile di numerosi episodi di violenza e discriminazione. Anche in Italia nel 2025 si sono già verificati i primi disordini. Il 23 gennaio 2025, alla vigilia della partita di Europa League tra Lazio e Real Sociedad, si sono verificati gravi scontri nel centro di Roma. Un gruppo di circa 80 ultras della Lazio ha attaccato una settantina di tifosi spagnoli nei pressi di un pub nel rione Monti. Durante l’aggressione con bastoni, catene e coltelli, è stato causato il ferimento di nove sostenitori della Real Sociedad, tre dei quali accoltellati; uno versa in gravi condizioni.
La repressione non basta: combattere la violenza è una sfida culturale
Le normative europee hanno contribuito a ridurre gli scontri all’interno degli stadi, ma non hanno estirpato il problema alla radice. La vera sfida non è solo legislativa, ma culturale. In alcuni ambienti, la violenza è diventata parte integrante del tifo, ha trasformato le curve in territori di scontro e simboli identitari che vanno oltre il calcio. L’antagonismo non si limita alle tifoserie rivali, ma si estende a istituzioni, forze dell’ordine e persino ai club stessi.
Affrontare questa deriva richiede un cambio di paradigma. L’educazione deve essere il primo strumento di prevenzione, con programmi nelle scuole, iniziative nelle curve e il coinvolgimento di ex calciatori e psicologi dello sport per trasmettere ai più giovani il valore della rivalità sana e del rispetto reciproco. Il dialogo tra istituzioni e tifoserie organizzate, può favorire un processo di responsabilizzazione, riducendo il rischio che il tifo venga strumentalizzato per fini violenti.
Anche i club devono assumersi le proprie responsabilità, adottando misure concrete per arginare le frange estreme e impedire che la passione per il calcio venga distorta. Un ruolo fondamentale spetta ai media, spesso inclini a spettacolarizzare la violenza e a ridurre gli scontri a semplici episodi di cronaca, senza analizzarne le cause. Dare maggiore spazio a iniziative di sportività, raccontare storie di tifo positivo e valorizzare i progetti di aggregazione sana può contribuire a cambiare la percezione pubblica e a promuovere un ambiente più costruttivo.
Il calcio resta uno dei fenomeni culturali e sociali più potenti al mondo: preservarne la dimensione aggregativa significa proteggerne l’essenza.
Mariarita Persichetti